AMICHE (NON TROPPO) GENIALI

Non so da che parte cominciare per questa recensione.

Forse dovrei iniziare dicendo che ho detestato questi libri.

E che li ho divorati.

Arrivo (ovviamente) in ritardo, dal momento che il primo romanzo della serie è uscito nel lontano 2011 e l’ultimo nel 2014 ma, come si suol dire, meglio tardi che mai.

La mia idea era quella di recensire libro per libro, ma alla fine ho deciso di scrivere qualcosa di più condensato, con meno spoiler, più di getto. Forse non è la scelta più razionale ma sono emotivamente provata, quindi andrà bene lo stesso.

Iniziamo con una premessa: i primi due libri (L’amica geniale e Storia del nuovo cognome) mi sono piaciuti infinitamente più degli ultimi due (Storia di chi fugge e di chi resta e Storia della bambina perduta). Il terzo decisamente per me è stato un grande no.

La storia la conosciamo; in questi romanzi viene raccontata un’amicizia lunga (quasi) tutta la vita tra due bambine, poi ragazze, infine donne: Lila e Lenù.

E devo subito confessare una cosa: Elena è insopportabile. Per tutto il tempo, dalla prima all’ultima pagina, avrei voluto mandarla a quel paese. Il suo problema principale è quello di considerare Lila molto più intelligente di lei, motivo per cui si sente costantemente in competizione con la sua amica e si sente sempre inadeguata al confronto. Insomma, una lagna. Per tutto il tempo dobbiamo sorbirci il suo “ma sarò davvero brava? Davvero ho una vita migliore di Lila? Ma non è che sono solo ambiziosa e stupida?”. Se nel primo romanzo ho apprezzato l’introspezione psicologica, arrivata alla fine speravo solo che Elena la smettesse e stesse zitta.

Spoiler: non smette MAI.

Lila, tra le due, è effettivamente quella sveglia. Oddio, fa un sacco di casini per tutto il tempo, ma almeno fa qualcosa con la sua testa, è un personaggio dinamico, intelligente, forte e interessante, per me è decisamente lei l’amica geniale tra le due.

E a questo punto vi dico onestamente come la penso: se questi romanzi fossero stati scritti dal punto di vista di Lila, sarebbero stati dei capolavori. Invece niente, ci teniamo Lenù come narratrice. Purtroppo per noi.

Un’altra considerazione da fare è che i personaggi maschili ne escono non male, malissimo. Tranne pochi.

Non farò spoiler, dirò solo che quello riuscito meglio (secondo me) è Antonio – forse Enzo, che però mi è sempre sembrato un po’ insipido.

Nino Sarratore non dovrebbe neanche essere commentato.

Che poi, tra Nino e suo padre è una bella gara a chi fa più schifo. Di sicuro Nino rompe più le scatole per tutta la quadrilogia, è di una superficialità e di una noncuranza disarmanti, rovina la vita sia a Lila sia a Elena e se da Elena mi aspettavo che fosse una sottona incapace di dirgli “basta”, da Lila non me lo aspettavo e la sua infatuazione per questo ragazzo mi ha molto deluso.

Anche perché diciamolo, a Nino non frega niente di nessuno. Forse gli è importato un po’ di Lila, ma non abbastanza da affrontare le difficoltà della vita con lei e l’ha rovinata senza curarsene troppo. È fondamentalmente un narcisista incapace di tenerselo nelle mutande, motivo per cui la scena in cui appare evidente tutta la sua pochezza di uomo non mi ha stupito per niente. Che banalità.

Piccola postilla: in realtà, nessun personaggio ne esce bene. Non c’è nessuno totalmente positivo e nessuno totalmente negativo; nemmeno le due protagoniste possono essere inserite in una delle due categorie. È il bello di questa serie: non riesci ad affezionarti davvero a nessuno ma non riesci a odiare sul serio neanche un personaggio (tranne Nino Sarratore, ma alla fine è talmente ridicolo che forse l’odio neanche se lo merita).

Parlando di ambientazione, il rione resterà impresso a lungo nella mia memoria. I luoghi diventano familiari, i personaggi non si perdono mai sul serio e le loro storie non cadono mai nel nulla; purtroppo alcuni, man mano che il racconto prosegue, occupano sempre meno spazio, e via via che le cose cambiano si sente la loro assenza. Per fare un esempio (e uno spoiler), detesto i fratelli Solara, provo ribrezzo per Stefano e Rino mi è sempre stato antipatico, ma la loro morte mi ha colpito, mi ha fatto stare male, ho sentito la loro mancanza e ne ho sofferto. Nessuna di queste sensazioni ha senso, soprattutto quelle verso i Solara che erano oggettivamente delle persone orribili, ma che vi devo dire, è così. La sensazione che tutto stesse cambiando rispetto a quando Lila e Lenù erano ragazze, vedere i personaggi così importanti abbandonare la storia, assistere alle trasformazioni del rione mi ha fatto provare una strana sensazione di malinconia e nostalgia.

Per quanto riguarda la trama, nulla da dire per i primi due libri. Il terzo è un po’ troppo lento per i miei gusti, ma il problema è l’ultimo, che diventa un delirio. Scusate lo spoiler che sto per fare, ma a certe domande non viene data neanche una risposta decente. Tipo: chi ha ucciso i Solara? Che fine ha fatto Tina? Chi l’ha presa? Pasquale che cosa ha commesso di grave, esattamente? E tutta la storia della droga come viene spiegata nello specifico?

Mah. Speravo in qualcosa di più riuscito. Per una ragazza come me, che non ha vissuto quel periodo della storia italiana, è stato tutto poco chiaro e avrei voluto qualcosa di più “definito”.

Nulla da dire sul sentimento di maternità delle due protagoniste. Ho amato come il corpo di Lila rifiutasse i cambiamenti della gravidanza, ho adorato il suo essere madre; ho apprezzato il tentativo di Lenù di amare il periodo della gravidanza per poi rivelarsi una madre “discutibile”. Da figlia l’ho detestata ogni volta in cui ammetteva di non sentire la mancanza delle bambine, da donna ho apprezzato la sua sincerità nel voler fare la mamma in modo diverso.

Pensiero che nessuno ha chiesto ma che dirò comunque: a mio parere, Elena non vuole bene davvero a Lila. Lila invece vuole bene sul serio a Lenù. Le consiglia sempre il modo giusto di fare le cose, si arrabbia quando secondo lei l’amica sta sbagliando strada, la vuole accanto anche se a volte la tratta male. Ma Lila non lo fa apposta, non è cattiva, è fragile, si rompe in mille pezzi per ogni dolore che si trova a dover affrontare. Lila si spezza dentro.

Lenù soffre ma resta intera, le importa solo di se stessa, di dimostrare a Lila che ce l’ha fatta. Ho avuto la sensazione che non le importasse mai sul serio di Lila. Forse mi sbaglio.

Ah, parliamo del finale: avevamo bisogno sul serio di un cerchio che si chiude, con il ritrovamento delle bambole? Io dico di no. Troppo banale per questa quadrilogia.

Insomma, è stato un viaggio faticoso, a volte opprimente ma, tutto sommato, mi è piaciuto.

Però, che liberazione arrivare alla fine.

M.

Sapete dove trovarmi.